Forme Scultoree di Lebeničnik Leonardo

LeoBNFiltro

Leonardo Lebeničnik

nato a Tuzla
(Bosnia ed Erzegovina)
il 12.10.1970
residente a TENNA (Trento)
in Via Pellere, 25

Telefono 0461.700096

Leptidea Sinapis

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Nascosto dietro un cespuglio, sigaretta in bocca, giravo tra le mani e osservavo con attenzione una bomba a mano. M 75. Miracolo della tecnologia bellica. La facevo volare da una mano ad altra, come una palla da baseball. Sembrava un oggettino quasi simpatico. Il detonatore, con un ritardo di circa 3-4 secondi, una volta attivato, faceva esplodere la carica di 38 grammi di potente esplosivo militare, che a sua volta liberava 3 mila sfere di acciaio di un diametro di circa 2-3 millimetri. Anche se poteva essere fatale fino a una dozzina di metri, l'ordigno era studiato, progettato, sperimentato per portare gravi lesioni: un morto, o si portava via e si seppelliva, o si lasciava lì dov'era, ma uno gravemente ferito crea una situazione molto più complicata. Qualcuno deve rischiare la propria vita ad aiutarlo, portarlo via dal campo di battaglia, prestargli il primo soccorso, trasportarlo in ospedale, fargli interventi chirurgici, dargli un posto letto che manca sempre... Se rimane invalido, una volta finito il conflitto, è un peso per la società per il resto dei suoi giorni. Alla mente umana non sfugge niente, neanche il più piccolo dettaglio. Non resisteti alla tentazione di annusare quell'arma. Mi eccitava anche solo l'odore di sudore e di cuoio della custodia attaccata alla mia cintura. Sul mercato nero della città una di quelle si scambiava tranquillamente per un pacchetto di sigarette nazionali, per un pacchetto di Marlboro ci voleva ben di più che una bombetta a mano. Alla partenza per la missione, all'alba di quel giorno, schierati sul piazzale di una delle scuole elementari di periferia, il grande capo ci consegnò una di quelle bombe a ciascuno. Non disse nulla. Non ce n'era bisogno. Il messaggio era chiarissimo. Non dovevamo, per nessun motivo, essere catturati vivi. Ci guardava in silenzio mentre salivamo sul cassone del camion militare. La mia attenzione fu attirata dai suoi stivali di gomma, neri, con la striscia verde dietro, simbolo di ogni minatore della zona. Un simbolo ben più rappresentativo della solita piccozza e della lampada a carburo. E mentre il nostro mezzo si allontanava la faccia di quel grande uomo diventava sempre più piccola, fino a mimetizzarsi nell'oscurità. Fu l'ultima volta che vidi il mio comandante.

Feci l'ultimo tiro della sigaretta, ovviamente fino al filtro, e la spensi con attenzione quando lo vidi avvicinarsi. Nuvola. Lo chiamavamo così tutti. Si sedette per terra vicino a me, tenendo il fucile automatico stretto fra le mani. Era teso come le corde del vecchio Stradivari, e lo capivo benissimo. Tutti eravamo tesi. In battaglia rischi di essere ucciso, arrivi a non capire più niente, urli, piangi, odi, preghi, raramente ridi, ma l'attesa è peggiore: la distruzione totale del sistema nervoso.

- Tu, tenente, sai cos’è la Leptidea Sinapis? Mi chiese sottovoce.

Mi girai verso di lui e lo guardai in faccia. Era una questione caratteriale, probabilmente più forte di lui: non riusciva a rivolgersi a qualcuno normalmente, senza quel tono provocatorio, dispregiativo.

E non poche volte si trovava in difficoltà, aveva dei problemi per il suo atteggiamento. A me, invece, non dava fastidio il suo modo di essere. Mi stava simpatico, forse perche assomigliava a qualcuno che conoscevo molto bene. Guarda caso, qualche settimana prima, sfogliando un’ enciclopedia, mi imbattei proprio in quella farfalla straordinaria. Una farfalla di piccole dimensioni, con apertura alare di poco meno di 4 centimetri, appartenente alla famiglia delle Pieridi. Le caratteristiche ali slanciate ed arrotondate, dorsalmente biancastre con delle sfumature di un grigio variabile; il rovescio delle ali soffuso di giallognolo con striature di grigio. Guardai il mio compagno per un attimo, in silenzio, e, invece di rispondere alla sua domanda, gli chiesi:

- Tu, Nuvola, hai mai sentito parlare dei funghi allucinogeni?

- No. Mi guardava sbalordito. Cosa sono?

- Sono dei funghi dalle caratteristiche psicoattive, psichedeliche.

Accesi l'altra sigaretta. Ne avevo tante. Possedevo una miniera di bombe a mano, ma prima di togliere la sicura e sprecarne una, ci pensavo due volte all'astinenza di tabacco. Ero terrorizzato. Pensavo a mio padre, fumatore accanito. Non ero sicuro se era più contento, vedermi tornare a casa vivo, o per qualche pacchetto di sigarette che gli portavo.

- Ne esistono diverse specie. Più famoso è il Psilocybe Cubensis, cosi detto messicano.

Feci una pausa, e lui mi guardò, aprendo leggermente le mani, come dire: Allora?

- Quei funghetti, raccolti nel periodo esatto, seccati nella maniera giusta, consumati con attenzione, creano delle sensazioni allucinogene, delle...

- E una droga nuova?

- No. Non è nuova. L'uso dei funghi allucinogeni si è sviluppato presso diverse popolazioni antiche, è legato a riti sacri, di culti e tradizioni, sia a scopo religioso sia terapeutico.

Mi guardava perplesso, senza commenti.

- Certi studi universitari dimostrano che l'uso occasionale di funghi psichedelici porta il miglioramento della personalità, apertura mentale e creativa...

- Una legenda narra che gli antichi Romani non solo erano a conoscenza del'effetto allucinogeno, ma anche dei effetti collaterali.

- Cioè?

- Sapevano che l’abuso provocava gravi danni al fegato e ai reni. Per cui costringevano gli schiavi a mangiare dei funghi e loro, dopo, bevevano la loro urina.

- Bevevano l'urina? Smorfia di disgusto.

- Sì. Praticamente usavano l'organismo degli schiavi come filtro. Un filtro vivente.

Attendevo in silenzio la sua reazione.

- Tu, tenente, hai mai bevuto l'urina?

Non riuscii a trattenere la risata.

- No. Preferisco la birra.

- Comunque non hai risposto alla mia domanda. Cos'è la Leptidea Sinapis?

Gli feci un sorriso sarcastico, uno dei suoi preferiti, dritto in faccia.

- Gli antichi romani, dopo aver' bevuto qualche caraffa di urina, vedevano le tue farfalline ovunque. E non solo. Da un bianco grigiastro, la Leptidea Sinapis diventava variopinta. Variopinta di pensieri.

Con un gesto della mano gli feci capire di tornare alla sua postazione. La conversazione era terminata.

Lo accompagnavo con lo sguardo mentre si allontanava brontolando. Non capivo se si rivolgeva a me o parlava da solo. Era molto diverso da tutti gli altri, una pecora in mezzo ad un branco di lupi. Lupi della peggior specie. L'unico della squadra con la fedina penale pulita. Gli altri non avevano nessuna pietà, lui invece... lui era diverso. Capitava spesso, nei momenti meno impegnativi sul fronte, mentre gli altri ripulivano le case distrutte da ogni oggetto di valore, che lui leggesse libri. Mi guardò sorpreso, quella volta, quando gli regalai il libro di Henri Charrière.

- E un bel libro? mi chiese. Sulla copertina si vedeva una farfalla tatuata sul torace di un uomo.

Prese il libro e lo pesò nelle mani.

- Letteratura pesante. Commentò. Di cosa si tratta?

Lo guardai per un istante negli occhi.

- La lotta per la libertà.

- Tenente, perche le persone hanno la paura dei libri, della cultura? Mi chiese, sistemando il libro nello zaino.

Una bella domanda, pensai. Non avevo la risposta immediata. Ci misi un poco.

- L' ignoranza e una malattia grave. Presi una boccata d'aria. Ed è anche molto diffusa da queste parti.

Chissà, per quanto tempo sarei rimasto li, nascosto dietro quei cespugli, con i miei pensieri, la mente libera a pascolare sugli alpeggi infiniti, se uno sparo nelle vicinanze non mi avesse riportato al presente, alla crudele realtà. Uno dei miei compagni mi si avvicinò e con un gesto di mano, senza dire niente, mi fece cenno di seguirlo. Raggiunsi il gruppo e uno di loro mi passò il potente binocolo militare, indicando con un dito la direzione. Mi sdraiai, appoggiando bene i gomiti per terra, focalizzando le lenti del binocolo. Quello che vidi dall'altra parte mi fece congelare il sangue nelle vene. Nuvola si era allontanato, l'hanno ferito, catturato, e lo stavano picchiando con degli stivali e i calci dei fucili. Mi ero bloccato completamente. Non sapevo cosa fare. Eravamo tutti fermi e in silenzio a guardare quello che succedeva dall'altra parte della vallata. Lo stavano ammazzando di botte. Due soldati nemici lo tenevano fermo e lo picchiavano, mentre il terzo gli si sistemava dietro togliendosi i pantaloni. Gli sguardi dei miei compagni, come un lampo, si spostarono su di me. Non c'era tempo per riflettere. Sapevo che con quel gesto disobbedivo agli ordini, diventavo ricattabile, ma non potevo fare altro. Al tiratore scelto, già pronto a reagire, mostrai le tre ditta della mano sinistra. L'assassino con esperienza si concentrò per qualche secondo ed esegui l'ordine.

- ZIP - Uno.

- ZIP - Due.

- ZIP - Fanculo.

- ZIP - E tre.

Lì era tutto assurdo, fuori da ogni logica normale. Perfino i cerchi concentrici della stupidità e dell'ignoranza, invece di allargasi e diluirsi, come è sempre successo in questo mondo, facevano all'incontrario; da lontano si avvicinavano e stingevano verso il centro, soffocando e portando alla disperazione tutto quello che si trovava nel loro percorso. Da sopra la collina, dall'altra parte, giungevano una ventina di soldati nemici. Uno di loro, con la barba più lunga, era a cavallo. Dovevamo reagire subito. Il nostro compagno non doveva essere catturato vivo. Scossi leggermente la testa. Volevo essere da qualche altra parte, magari su una delle bellissime spiagge della Dalmazia, ma ero lì e dovevo decidere immediatamente. Con un quasi invisibile cenno del capo diedi "quell’" ordine.

- ZIP!

Quel suono del fucile ad alta precisione, dotato di silenziatore artigianale, mi rimbomba ancora, dopo un quarto di secolo, nelle orecchie. In quel preciso istante capì che la mia carriera militare era finita, che per troppo tempo avevo combattuto per gli altri, e che era giunto il momento di cominciare a pensare a me stesso, di riprendere la mia strada. Ma c'era un piccolo ostacolo: la missione andava portata al termine. Il silenzio che regnava intorno a noi si poteva tagliare con la baionetta che tenevo legata sullo stivale sinistro.

- One kiss for dead man!

Baciai i polpastrelli della mano sinistra e soffiai in direzione del nostro compagno morto. Gli altri seguirono il gesto, ognuno alla propria maniera. Quei tre intorno a Nuvola non bastavano. I bastardi dovevano pagarla molto più cara. Nuvola era solo un bravo ragazzo. Un bravo ragazzo a cui piacevano le farfalle e il Rock & Roll. Per l'ennesima volta , quel giorno, disobbedii agli ordini.

- Prepararsi alla battaglia!

 

Leonardo Lebenicnik Aprile 2015