Forme Scultoree di Lebeničnik Leonardo

LeoBNFiltro

Leonardo Lebeničnik

nato a Tuzla
(Bosnia ed Erzegovina)
il 12.10.1970
residente a TENNA (Trento)
in Via Pellere, 25

Telefono 0461.700096

Commenti

Chissà

Grigi e neri prevalgono sintomaticamente emersi da un vuoto.
La materia a sbalzo, affiora ruvida è geometricamente irregolare
a tonalità timbriche basse ma forti.
Tutto rimanda all’idea.
Gesti ragionati in virtù della consapevolezza di non andare oltre la
Superficie che si impregna del fumo di sigaretta.
L’idea e la pratica si toccano in una mimesi che si lascia intuire liberamente in un percorso di purificazione.
Leonardo si scrolla di dosso delle scorie che riordina in un ecco intimo e riservato.
Nulla è garantito, i significati variano vagando senza un riferimento preciso ma mossi da uno stato d’animo consapevole dei propri mezzi.
Le “Forme Scultoree” da lui definite, sono espressioni tutte diverse, come se ogni volta parlate in una lingua sconosciuta.
Il timbro vocale le accomuna, le mantiene in sequenza in una storia recente che chissà se vorrà raccontare ancora.

agosto 1995
G. Orsingher

 

Il Limite Creativo

Il limite creativo dell’uomo
è il suo aspetto umano, razionale, pensante.
Leonardo, nelle sue opere,
supera l’umano pensare,
materializza il sentimento,
l’emozione di un momento…
tale espressione in opera, noto,
non ha titolo, definizione…
non può averli perché,
nel momento in cui le venissero dati,
perderebbe il significato,
l’origine della sua esplosiva creazione. 

                                   dicembre 1995
Cristian Sartena

 

TOTEM Primitivi
finestre aperte sul mondo

L’artista croato Leonardo Lebenicnik vive qui da noi in Valsugana e mentre la percorre, la visita, nelle pause delle sue altre occupazioni, raccoglie, seleziona, cataloga tante cose che a noi magari non parlano che il linguaggio della quotidianità. A lui invece, suggeriscono sculture, archetipi, collage, assemblaggi artistici di pezzi di natura. Predilige il contato con la natura, blocca i ciottoli levigati e variegati nei colori contro e dentro tavole di vecchi legni che ci parlano di secoli, di fatiche, di vita contadina e montanare. Sono le assi dismesse dei vecchi tabià primierotti, porte ed infissi che andrebbero perduti o diventerebbero cenere solamente. Nelle sue mani diventano nuovi oggetti che hanno nuova esistenza nella sua fantasia, nell’originalità degli accostamenti. Lebenicnik si presenta con le sue opere che hanno ancora i segni della passata attività dell’uomo: legni, travature, assi con fori dovuti a chiodo scomparsi, fori di trivellazioni, bullonature o chiodi che le hanno unite perché potessero essere ancora conservate… per noi, visitatori impenitenti, incalliti, innamorati dell’arte. Le opere si impongono per un ritmo ternario di materiali legno/sassi, canne ferrigne consumate… triadi ed ancora il magico ritmo ternario di sassi/resti di assi/travature… frequente disposizione verticale del tutto, ma anche improvvisazioni a pavimento e c’e una contaminazione fra natura ed opera dell’uomo. Qui l’unione avviene in modo armonico, artistico, come la scelta dei colori: neri, grigi, rossi, bianchi. Tutto ha una propria significanza e ci dà subito l’idea di una scelta meditata: egli non vuole stupire col colore, con arcobaleni di cromie vistose, ma vuole invece lasciarci rimanere pensosi davanti alle sue opere. Queste sensazioni le ha sapute suscitare in molti frequentatori delle sue mostre. Si può quindi affermare che “sassi e legni,antichi oggetti e materiali salvati”, ci parlano, ci raccontano storie antiche e nuove avventure, tutte quelle che possiamo immaginare, che possiamo rivisitare mentre ci soffermiamo davanti agli allestimenti o alle opere di Leonardo Lebenicnik che continua la sua vita, ma anche la sua produzione dall’alto del Colle di Tenna.

novembre 2003
Luciano De Carli

 

Artigiano che ama il suo lavoro

 
Se e quanto Leonardo Lebeničnik sia grande artista non so ma non è questo che ritengo sia il caso di esplorare: ognuno può vedere con i propri occhi quel che fa e non penso ci sia bisogno di insegnare cosa e come guardare.

 

Forse però è il caso di fare un passo più in là, passare dal "guardare" al "vedere".

Io vorrei parlare di Leonardo come di uno che oltre a guardare anche vede, che oltre a registrare ciò che lo - ciò che ci - circonda, riesce anche a dare spessore, essenza, anima a quanto ha colto.

Non è un ambizioso Leonardo e spero non se n'abbia a male se lo chiamo, in questo senso, un artigiano. Egli non "usa" la materia per esprimere ciò che sente e nemmeno "estrae" dalla materia stessa la figura che dentro vi coglie. Quasi timidamente, con marginali apporti personali, con piccoli interventi umani cerca di rendere il nocciolo, il nucleo essenziale, quasi il simbolo di quanto già è ed è, in sé, bello.

Il ragazzo che ha lasciato casa, famiglia, affetti, un passato e un futuro se non tracciati - un ragazzo appena, in fondo, egli era - quella sua Tuzla che ancora oggi si ricorda per la barbarie umana che lì si è scatenata, è arrivato in Trentino con un bagaglio addosso certo non da poco ma, invece di crollarci sotto, lo ha utilizzato come una pedana. Ha smesso l'università - non so che facoltà frequentasse, ma poco importa - ma ha trovato un lavoro che s'avvicina a quello del medico. Cura le lesioni che l'uomo ha inferto, magari a fin di bene, alla natura. Ripulisce le cicatrici delle ferite, ristabilisce, quanto e come può, l'ordine turbato, l'armonia infranta. Tecchiaiolo nelle cave di marmo, disgaggiatore nel linguaggio corrente. Alpinista funambolo sulla roccia, la cura, ripulisce, "libera", rende sicura; ne elimina le tecchie, macchie e difetti. 

Questo il lavoro di Leonardo, questo il suo approccio, da maestro, all'arte. E non a caso uso, per lui, il termine "maestro" che troppo spesso in modo affatto abusivo utilizzano abitualmente gli artisti. 

Come ho già detto, Leonardo non apre i suoi sogni, la sua fantasia, il suo estro artistico al mondo animale: ne ha avuto abbastanza. Vive, sente e interpreta il regno vegetale e minerale, le cose che costituiscono la radice più profonda, asettica, pura - perché irresponsabile - della vita. La sente profondamente, questa natura immobile e pulita e quasi timoroso la fa sua, la interpreta prima di tutto dentro di sé e la tocca poi e ritocca piano piano, a piccoli gesti, a minime interferenze quasi affettuose. Evita di modellarla, evita di estrarre da essa la propria personale visione interiore. E' bella, la sente bella in sé, è in sé arte e Leonardo si sforza di entrare in empatia con essa, di sentirne le vibrazioni intime che emana e di riassumere, di concentrare in scarsi, essenziali tratti quell'intrinseca bellezza, la profonda, sostanziale armonia." 

E' per questo che - in modo niente affatto riduttivo - lo ho chiamato "artigiano", termine che, oltre a contenere in sé l'arte, ha una coloritura più umile, sì, ma anche più viva, più - credo di poterlo ben affermare - più umana.

E come gli antichi artigiani è anche maestro. Nelle sue opere vi è l'amore per il suo lavoro e sono certo che nel suo lavoro vi è lo stesso attento, delicato, paziente, rispettoso affetto che pone nel realizzare le proprie opere. 

Sono piante e pietre, sono legni, e sassi come i milioni e i miliardi di altri legni e sassi, anche spesso più spettacolari, graziosi, accattivanti... legni e sassi che guardiamo ogni giorno, che assumono, nel nostro Trentino, consistenza e gloria spettacolari tanto da rendere famosa nel mondo intero la nostra regione. E che noi, dalle nostre finestre e ad ogni curva della strada "guardiamo".

Bene, con la sua sensibilità d'artista Leonardo tenta di farceli "vedere". 

Manca spesso, purtroppo, nelle sale in cui espone, un elemento essenziale: il contesto, lo sfondo. Le opere di Leonardo non sono pensate e sentite per "vivere" al chiuso, non "respirano" fra le quattro mura del privato individuale. Né altrimenti potrebbe essere. E' assurdo pensare a un medico che cura qualsiasi parte del corpo dimenticando l'intero individuo su cui interviene. 

Tuttavia, nonostante tale - pur necessaria - limitazione, potrà ben essere la nostra fantasia a ricostruire lo scenario idoneo, il palcoscenico naturale in cui idealmente inserirle. Non occorre a nessuno grande sforzo e comunque si tratta di intervento consueto a chi si pone davanti ad una qualsiasi opera d'artista. Solo che in questo caso non va filtrata attraverso l'estro individuale l'opera sola ma anche il contesto da noi stessi ricreato in cui si situa. Non credo sia gran fatica, ma ne vale la pena. E, se entriamo nell'ottica del guardare - vedere diventa un esercizio quasi spontaneo. 

Non so se l'uso che faccio dei due vocaboli, solitamente usati come sinonimi, sia chiaro. Forse non riesco ad utilizzare, come mi ero ripromesso, parole sufficientemente semplici e piane.

Intendo porre la differenza fra ciò che entra dentro di noi tramite gli occhi e ciò che diventa dopo che l'abbiamo distillato attraverso la nostra sensibilità, il nostro affetto, i nostri sentimenti. Insomma, la differenza che corre, per un miope, fra la visione con gli occhiali e senza occhiali. Perché mica solo gli occhi talvolta devono portare le lenti. Anzi spesso avremmo bisogno degli occhiali sull'anima perché anche questa ha diritto di "vedere" e di "guardare", guardare e vedere bene.

E in questo Leonardo ci può dare un grande aiuto.

 aprile 2007
Luciano Coretti

 

 

Essenzialità e sobrietà nell'arte

 
Sculture formate da composizioni di due principali materiali del pianeta terra : la terra, roccia, pietre ed il vegetale, materiale vivente  il legno.

I lavori di Leonardo sono rivolti soprattutto all’essenziale. Essenziale uguale eleganza, purezza, bellezza.

L’artista accosta i due elementi pietra e legno in un contesto introspettivo molto forte e profondo.

Nella sua arte egli vuole dimostrare che la creatività non richiede   grandi mezzi, strumenti, ma al contrario ricava dalla natura ciò che la natura trasmette; ma nel nostro divenire caotico e frenetico non c’è tempo per ammirare , valutare, assaporare ciò che il creato ci dà continuamente.

Leonardo sceglie, raccoglie materiali che la natura ci offre, pietre, rocce levigate dall’acqua, dal vento, alberi divelti da temporali, da torrenti in piena, legno lavorato dall’uomo e da questi abbandonato.

Egli minuziosamente li classifica e li colloca in sculture semplici ma espressive. 

Ogni artista trasmette le sue emozioni, gli stati d’animo nelle opere che compone.

Leonardo vuole trasmetterci un messaggio di semplicità, d’amore per la natura.

Scultura carica di vissuto e di memoria, scultura intensa sospesa tra il fascino della natura e la pena esistenziale. 

agosto 2007
Aldo Vicentini

 
Oltre la natura, dentro il mondo
 
La pietra e il legno: è dentro questi elementi naturali che si può trovare l'anima delle sculture di Leonardo Lebenicnik. Un'arte, quella dello scultore bosniaco, trentino "d'adozione", caratterizzata fin dal suo esordio, nei primi anni Novanta, da un approccio "naturalistico", nel quale legno, pietra, ferro e altri materiali "di recupero" si fondono fino a dar vita a "forme scultoree" di rara suggestione e forza evocativa.
Pur sempre fedele a tale approccio, nel corso degli anni Lebenicnik ha però allargato i propri orizzonti, imprimendo alle sue creazioni una potenza poetica che va ben oltre la semplice rielaborazione di forme naturali.  Ciò è evidente in particolare nell'installazione "Ultimo alpeggio": un'efficace e spiazzante rappresentazione in forma simbolica - arricchita da un testo esplicativo dell'autore - di quelle dinamiche del conflitto che, nel nome di "valori" più o meno antichi, hanno contribuito a spargere sangue e morte in Europa e nel mondo.
Un esito anche politico, dunque, quello a cui approda Lebenicnik, che, pur senza esibirle, non ha ripudiato le proprie origini: l'ex Jugoslavia, martoriata da una guerra combattuta a pochi passi da noi e dimenticata troppo in fretta, ma i cui echi continuano a farsi sentire ancora oggi.

Alessandro Genovese
Agosto 2009
 

 

Armonia per raccontare storie

Le opere di Leonardo Lebenicnik sono come lui, sono lui, direi sono come il suo cognome a prima vista spigolose e poi quando le guardi meglio, ti fermi a pensare, ti colpiscono per la loro semplice profondità. Ti senti vicino alle cose che dovrebbero essere naturali, ma che nel mondo in qui viviamo, hanno perso di significato. Ti fanno avvicinare alle cose essenziali della vita, quelle che contano. Tralasciando tutto il superfluo di cui noi tutti ogni giorno ci circondiamo.
Legno, pietre, ferro.
Legno precedentemente lavorato dall’uomo o cosi, come si trova facendo una passeggiata in un bosco.
Pietre che ogni bambino in un periodo della vita ha raccolto per farne una collezione.
Sassi che ricordano lavoro, fatica, difficoltà di vivere.
Ferro, spina dorsale, sostegno in queste difficoltà.
Irregolare naturalità. Armonia per raccontare storie. In queste opere si nascondono storie, racconti d’altri tempi, domande sul nostro futuro, sul futuro del mondo. Recupero del passato per un futuro di speranza? Forse si guardando l’opera “ I girasoli “, simbolo di allegria e, appunto speranza.
I titoli delle opere di Leo: l’onda, le canne, tre cime, montagna, difficoltà, la passione,
evoluzione… vogliono ricondurre l’uomo alla sua essenza, riportarlo alla natura, dove tutto è cominciato, da dove l’uomo si è allontanato e dove dovrebbe tornare per ritrovare equilibrio e forse salvezza.
Speranza, dicevo prima, io direi di si. Nei racconti che accompagnano le opere io la vedo
questa speranza e Leo la vuole dare, soprattutto ai suoi figli. Vuole condurli per mano
verso un mondo migliore.
Le sue opere sono come lui. Questo omone grande, spigoloso inizialmente,
irraggiungibile, silenzioso. Non si sa bene all’inizio come avvicinarsi, come scalfire quella scorza che ha, che si è creato, che forse è solo un modo per staccarsi, isolarsi da questo mondo che non gli piace molto. Ci si mette un po’ ad entrare in contatto, ma se ci si riesce poi si capisce che ha molte cose da dire, con poche parole senz’altro, ma sicuramente con la sua arte.
Le sue opere sono come il suo cognome. Ci ho messo un po’ a ricordarmelo.
Inavvicinabile anche quello a prima vista, ma poi diventa musicale.
Non sono una critica d’arte, ho visto queste cose nelle opere di Leo, forse voi vedrete
tutt’altro, ma le opere d’arte sono belle anche per questo perché ognuno ci mette qualcosa di sé. Importante è fermarsi a pensare, a riflettere.


                                                                                           Elisabetta Bertotti
                                                                                                Maggio 2010
 
Vedo nelle composizioni fatte di materiali semplici e naturali, quali: il legno, i sassi ed i metalli riutilizzati, un forte attaccamento all’ambiente, alla natura e alla primitività dell’uomo. Sono infatti questi gli elementi di cui l’uomo si è sempre servito per la sua vita quotidiana, che però nelle mani di Leonardo Lebenicnik assumono un aspetto diverso dall’uso quotidiano, per arrivare ad essere una vera opera d’arte.
Le sue opere procurano una sensazione di movimento e di natura non statica. Esse sono fatte per vivere nell’ambiente, hanno bisogno di spazi aperti, perché sono pensate in armonia con la natura.
Credo che la natura e l’ambiente del Comune di Tenna, dove l’artista vive, siano stati, perlomeno in parte, muse ispiratrici delle sue opere.


L’Assessore alla cultura
-Loredana Camin-
maggio 2011
 
Di pietra, di legno e di ferro

Nelle vene di Leonardo (un nome che è il massimo per un artista) scorre il sangue dei suoi avi che scavano le pietre; lui vive quotidianamente il suo lavoro a contatto con rocce, pietre, legno e ferro. Le pietre sono quelle delle pareti rocciose che deve disgaggiare: sono dure, mobili, belle, pericolose. Il legno è quello delle piante che crescono anche sulle rocce più incombenti, spingono tra le crepe, liberano la vita dal mondo minerale.

Il ferro è quello degli attrezzi di lavoro, dei chiodi con cui Leonardo si assicura. C’è un osmosi tra questi materiali e il corpo, l’anima del disgaggiatore. Non c’è quindi da sorprendersi che Leonardo si serva di questi materiali elementari per le sue creazioni artistiche. E anche la sua è arte è “elementare ”, minimalista: vive sotto il segno della semplicità, dell’economia, del rigore, del pudore, del rifiuto di ogni orpello esibizionistico.

Facciamo qualche esempio. “Pensiero rinchiuso” è una scultura del 2003, in legno e ferro. Allude a una porta, o meglio, date le sue misure (84x45), a un’imposta di baita alpina bordata in ferro, bloccata da una chiusura lucchetto. Al centro, in verticale, quattro piccoli ciottoli lisciati da un torrente, che crescono in dimensione dal basso in alto. Ognuno di questi ciottoli racchiude una storia, un’identità, un’anima minerale racchiusa in legni antichi, anche loro con una memoria segnata da vene rinsecchite, nodi, crepe come cicatrici. “Anima di pietra” (2005) è un piccolo tronco cavo, con un ciottolo bianco a un mozzicone di ramo (mi fa pensare agli isolanti di maiolica sui pali della luce che da piccoli centravamo a sassate) e altri due ciottoli candidi nel cavo del tronco. Cosa rappresentano quei ciottoli? “Anime di pietra” per l’artista, sta a noi identificarlo, se la nostra immaginazione fanciullesca non si è pietrificata.

Infine, “Quinto elemento” (2010), un’istallazione di cinque elementi scala, in ferro piegato, che culminano con ciottoli. Viene da pensare al concetto di fratelli scalati in età, all’immagine di piante, funghi, fiori. Leonardo abita nel cuore antico di Tenna, in un rustica casa di pietre e legno da lui amorosamente restaurata: nel retro un ballatoio che si apre a una splendida vista sul lago di Caldonazzo.

Lì a Tenna, in un giardinetto addossato alla chiesa c’è la sua opera forse più suggestiva: il “Porfido piangente” che ha i rami realizzati con tondini di ferro piegato, il cuore e le “lacrime” di cubetti di porfido. Un’ultima curiosità: Leonardo firma le sue opere con un dito: niente firme svolazzanti, bensì una scarna e inquietante impronta digitale.

                                                                                           Renzo Francescotti
                                                                                                Settembre 2010
 
La prima notte dell’umanità

C’è stato un tempo, qualche centinaio di migliaia di anni fa, in cui i nostri progenitori, vestiti di pelli di animali si aggiravano smarriti da qualche parte sulla faccia della Terra. Piazzàti lì dal caso o da qualcuno, non si sa, cominciavano a subire l’interrogatorio della coscienza. Adesso erano più simili a uomini che ad animali e porsi domande del tipo “Chi sono?” e “Che ci faccio qui?” pareva la cosa più logica da fare. Lo smarrimento di quelle pelose creature era lo stigma della loro stessa umanità. Le loro domande erano la paura, il senso del limite, la percezione di qualcosa di immenso sopra e sotto le loro teste, il sentirsi parte di un tutto. L’uomo era veramente uomo, per la prima e ultima volta. Perché sin dal giorno che seguì, i nostri scimmieschi antenati si ingegnarono a trovare delle spiegazioni, a risolvere – cioè – l’enigma di quella vita che loro non avevano chiesto e non potevano capire. Superstizioni, religioni, riti scaramantici, abitudini, regole, consuetudini, convenzioni sociali: tutto è partito da quella mattina.
Ma prima, ahinoi, c’era stata la notte. La prima notte dell’umanità.
Guardando le creazioni di Leonardo Lebenicnik – questi assemblaggi di materia viva e nostra –, guardandole attentamente, con quell’attenzione che ancora siamo riusciti a non farci scippare dal mondo, toccandole con mani curiose e affamate, ecco emergere in noi il sentimento che probabilmente provarono i nostri progenitori il giorno in cui videro il sole sparire per la prima volta. (Mettiamoci nei loro panni. Mica lo potevano sapere che sarebbe tornato il mattino dopo. Poteva dunque trattarsi della fine. Così come era cominciato, il mondo si preparava a chiudere il proprio sipario, magari con una esplosione o un terremoto devastante.)
Eccola, allora, la paura. Ce la raccontano il legno e la pietra che Leonardo rimette lì, al loro posto, secondo l’ordine assegnato dall’universo, facendo della materia il ricevitore di un’energia che proviene da un’altra dimensione. Costantemente e ostinatamente alla ricerca di un perché. Proprio come in quella tremenda e interminabile prima notte dell’umanità.

Pino Loperfido

agosto 2011